Intervento del Card. Grech nella Basilica di san Domenico ad Arezzo

Print Mail Pdf

cardinale grech ad arezzo Foto: facebook

Intervento del Card. Grech nella Basilica di san Domenico ad Arezzo - 4 luglio 2021

Buonasera a tutti.

Alla Chiesa di Dio che è in terra d’Arezzo, «grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo» (1Cor 1, 2-3). È il saluto che l’apostolo Paolo indirizza alla Chiesa di Corinto, e che io ripeto a questo Popolo santo di Dio, raccolto in assemblea nella Chiesa madre della diocesi. In particolare saluto i membri dell’Assemblea sinodale, che di questa Chiesa sono immagine speciale, essendo il Sinodo diocesano uno degli eventi che con più evidenza ripresentano la Chiesa particolare che lo celebra.

Sono contento e onorato dell’invito che il vescovo Riccardo, «principio e fondamento di unità di questa Chiesa di Arezzo-Cortona-Sansepolcro» mi ha rivolto. Venire a chiudere il vostro cammino sinodale è per me una gioia, e anche un’opportunità. Come Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, sento infatti una grande responsabilità di mettermi in ascolto delle Chiese particolari. Di tutte le Chiese, ovvio, ma in particolare di quelle che hanno vissuto o stanno vivendo esperienze significative, che possono essere di esempio anche per le altre.

Questa Chiesa ha celebrato il suo Sinodo diocesano, e lo sta chiudendo prima che inizi il cammino sinodale della Chiesa italiana. Quando si avvierà la prima fase del Sinodo della Chiesa universale, il prossimo 9 ottobre, e il 16 ottobre in ogni Chiesa particolare – quindi anche in questa bellissima Cattedrale di San Donato –, voi sarete già pronti, “provati”, come accade a chi ha già fatto esperienza e sa il valore ma anche il peso di un processo sinodale di importanza decisiva per la Chiesa, perché affronta il tema della sinodalità. Non si tratta, infatti, di un “Sinodo sul Sinodo”, come alcuni amano dire, con un gioco di parole tanto divertito quanto vuoto, ma di un Sinodo sulla sinodalità: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione», è il tema che il papa ha assegnato alla XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Voi potrete offrire un contributo importante per lo sviluppo del processo sinodale.

Perdonate se vi illustrerò ora il cammino sinodale che tutta la Chiesa e tutti nella Chiesa vivremo. Forse andrò a ripetere cose che già conoscete; ma nella mia esperienza – per quanto breve – alla guida della Segreteria generale del Sinodo, mi sono reso conto che non si conosce e non ci si informa mai abbastanza, nemmeno nell’era digitale. Mi domando quanti sanno veramente, e quanti si stanno preparando a questo passaggio decisivo per la vita della Chiesa. Papa Francesco, commemorando il 50° dell’istituzione del Sinodo, il 17 ottobre 2015 – dice che «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio».

Sottolineo nuovamente che non si tratta del cammino sinodale che la Chiesa italiana si sta preparando a celebrare. Per una singolare coincidenza, i due cammini vanno a soprapporsi. Come potete immaginare, possono confliggere o possono felicemente intrecciarsi: dipende da noi, dalla nostra saggezza. A ben vedere, da una partecipazione vera e consapevole alla prima fase del cammino sinodale della Chiesa universale, la Chiesa italiana potrà sperimentare la sinodalità e sperimentarsi nel cammino sinodale che sta decidendo.

Se già ne siete a conoscenza, considerate queste annotazioni come una digressione, che mi è però necessaria per inquadrare questa mia visita ad Arezzo, e perché questo incontro con voi sia per me una grande opportunità e soprattutto un grande dono.

L’esperienza dei sinodi sulla famiglia ha spinto il papa a trasformare il Sinodo dei Vescovi da evento in processo. Che significa? Fino ad allora, il Sinodo era un’assemblea di vescovi chiamati a consigliare il papa. Era quanto aveva deciso Paolo VI già durante l’ultima sessione del concilio Vaticano II. Durante i lavori del concilio era stato richiesto con insistenza che i vescovi partecipassero a quella funzione di sollecitudine per la Chiesa universale, che appartiene al successore di Pietro in ragione del suo ufficio. Il papa, per rispondere a queste richieste, istituì, con il motu proprio Apostolica sollicitudo, il Sinodo dei Vescovi come organismo centrale della Chiesa universale che, rappresentando l’episcopato, che fosse per sua natura permanente e perpetuo, ma che agisce in modo occasionale, cioè quando lo convoca il papa per un determinato atto.

Dal 15 settembre 1965 esiste dunque questo organismo, che è stato convocato tante volte dai papi che si sono succeduti dopo il concilio per affrontare i grandi temi della vita della Chiesa, in tre tipi di assemblee: ordinarie, straordinarie e speciali, nelle quali i vescovi partecipanti erano chiamati a consigliare il papa sulle questioni che egli richiedeva loro. Tutti abbiamo in mente alcuni di questi sinodi, da quello del 1974 dal quale nacque l’esortazione Evangelii nuntiandi, a quello del 1985, a vent’anni dalla chiusura del concilio, che introdusse la famosa “ecclesiologia di comunione”, a quello del 1987 sui laici, a cui papa Giovanni Paolo II fece seguire l’esortazione post-sinodale Christifideles laici.

L’istituzione sembrava trascinarsi un po’ stancamente, quasi fosse svuotato il suo slancio iniziale, con i lineamenta preparati da una commissione di esperti, l’instrumentum laboris consegnato all’assemblea che a sua volta trasmetteva al papa i suoi risultati – che fossero propositiones o un documento finale – attendendo quello che il papa avrebbe deciso. Più di qualcuno vide nella pubblicazione dell’esortazione Evangelii gaudium di papa Francesco l’annuncio della fine del Sinodo: egli infatti, pur citando qualche conclusione del sinodo sulla nuova evangelizzazione, celebrato nel 2012, poco prima dell’atto di rinuncia di Benedetto XVI, non qualificava la sua esortazione apostolica come post-sinodale.

Invece, come sapete, nel 2014 ha convocato il primo sinodo sulla famiglia (un’assemblea straordinaria) e nel 2015 un’altra assemblea, questa volta ordinaria, sempre sul tema della famiglia. Più di qualcuno ha ironizzato su questa scelta, non comprendendo che il papa con quella scelta metteva la Chiesa in stato di sinodo: la sua parola più insistente, mentre molti si agitavano a fare precisazioni e distinzioni, era di ascoltarsi, ascoltarsi, ascoltarsi!!! Alla fine della prima assemblea conclude chiedendo per tutti il dono dell’ascolto, perché da quello dipendeva la possibilità di conoscere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.

Ma l’innovazione più dirompente, come spesso succede, è stata una cosa piccola, quasi insignificante agli occhi di molti, che non ne hanno compreso la portata. Si tratta del questionario. Sì, avete capito bene: del questionario! Invece di far redigere a un gruppo di esperti i lineamenta, cioè le linee-guida dell’assemblea, il papa ha chiesto che fosse inviato a tutti, tramite le conferenze episcopali, un questionario in merito ai temi della famiglia, perché – diceva – su ciò che riguardava l’intero Popolo di Dio, proprio il Popolo di Dio bisognava sentire. Era aperta una breccia, che permetteva a tutto il Popolo di Dio di fare il suo ingresso al Sinodo. Non fisicamente, ovvio, però nemmeno metaforicamente, ma realmente, perché l’instrumentum laboris venne redatto sulla base delle risposte a quel questionario.

Forse l’idea all’inizio era poco più di una suggestione. Ma ha preso presto forma. In un discorso memorabile per la commemorazione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, egli spiegò questa inizativa, rimandando a un principio caro alla Chiesa del primo millennio: quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet, “quello che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e approvato”. Nel testo del papa, è vero, manca il verbo approbari; ma questo nulla toglie all’importanza della citazione, accompagnata da un riferimento insistente al sensus fidei del Popolo di Dio.

Cos’è il sensus fidei? Quella forma di conoscenza per intuizione, per “fiuto” che hanno i cristiani, in ragione della loro fede. Il concilio ne ha parlato, dicendo che «la totalità dei fedeli che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà peculiare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il Popolo, quando, “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici, esprime il suo universale consenso in materia di fede e di morale» (LG 12). Si tratta di quell’autorità dottrinale su cui i papi si sono appoggiati per definire i dogmi dell’Immacolata Concezione (1854) e dell’Assunzione al cielo di Maria (1950). Ci pensate?

Nessuno come questo papa ha parlato del sensus fidei del Popolo di Dio. E nessuno ha chiesto che fosse tenuto nel debito conto. Nel discorso del cinquantesimo questa funzione del Popolo di Dio sta al fondamento della costruzione del processo sinodale: non più un evento, con protagonisti i solo i vescovi, ma un processo che, iniziando dalle Chiese particolari, vede protagonista il Popolo di Dio unito al suo Pastore, principio di unità della sua Chiesa. Il papa lo dice: il processo sinodale inizia nelle Chiese particolari, ascoltando il Popolo di Dio; continua nelle istanze intermedie di collegialità, attraverso il discernimento delle Conferenze episcopali; continua a livello della Chiesa universale, con l’assemblea sinodale. Dice il papa che «il Sinodo dei Vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa». E sottolinea come «una Chiesa sinodale sia una Chiesa dell’ascolto… un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri e tutti in ascolto dello Spirito, “lo Spirito della verità”, per conoscere “ciò che egli dice alle Chiese”».

Il processo sinodale, disegnato in quel discorso, è stato configurato anche come legge della Chiesa con la costituzione apostolica Episcopalis communio. Non più evento, ma processo in tre fasi: preparatoria, celebrativa, attuativa. La prima, che avviene nelle Chiese particolari, consiste nella consultazione del Popolo di Dio sul tema del Sinodo. Stiamo preparando il Documento preparatorio – vi assicuro, già a questo livello iniziale con stile sinodale! – perché questo consultazione avvenga davvero con la partecipazione di tutti. Con il Vescovo che avvia e guida questa consultazione, quale «principio di unità della sua Chiesa». Mi rendo conto che è la terza volta che ripeto questa frase. Perché? Il cammino sinodale è davvero un “camminare insieme” del Popolo di Dio con i suoi Pastori. Se non comprendiamo questo, rischiamo di scadere in contrapposizioni, rivendicazioni, in una Chiesa che scimmiotta i sistemi democratici, spegnendo lo Spirito!

Quello che farete in questa fase come Chiesa particolare sarà trasmesso alla Conferenza episcopale, che, come corpo di pastori della Chiesa italiana, dovrà “discernere”. Vedete che per questa via è data un’opportunità di imparare lo stile della sinodalità e la forma della Chiesa sinodale? Ogni Chiesa particolare e la Chiesa italiana tutta ha molto da guadagnare da una partecipazione viva al processo sinodale della Chiesa universale.

Qualcuno potrebbe sorridere, pensando – come dice il proverbio – che “sto tirando l’acqua al mio mulino”. Per certi aspetti è vero! E questo spiega perché considero questa mia venuta ad Arezzo come un’opportunità e un dono. Oltre al dono dell’amicizia nata con il vostro Arcivescovo, il caro Riccardo, il dono che intravvedo in nuce, in embrione, è quello della «mutua interiorità». Cosa intendo dire? Voi sapete che il concilio supera l’idea di Chiesa in cui le diocesi sono circoscrizioni territoriali della Chiesa universale. Se il vescovo è “portatore del tralcio dell’apostolicità”, il Popolo di Dio che gli è affidato e che egli cura con il suo presbiterio, è realmente «una Chiesa particolare, nella quale è presente e agisce la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica». Questa citazione di christus Dominus, 11, l’ho vista in grande evidenza alche nell’instrumentum laboris del vostro Sinodo diocesano.

Se dunque la diocesi è realmente una Chiesa particolare, la Chiesa è «il corpo delle Chiese», come dice ancora il concilio (LG 23). Prima di questa conclusione, che recupera la visione della Chiesa del primo millennio, senza nulla perdere delle acquisizioni della storia successiva, in particolare il ministero petrino, si legge un passaggio che ha fato versare fiumi d’inchiostro: «il papa è il principio e fondamento visibile di unità di tutti i battezzati e di tutti i vescovi; i singoli vescovi sono il principio e fondamento di unità – è la quarta volta che lo dico! – nelle loro Chiese locali, in quibus et ex quibus, nelle quali e a partire dalle quali esiste l’una e unica Chiesa cattolica» (LG 23). Ecco, questa è la «mutua interiorità»: senza le Chiese particolari, la Chiesa universale sarebbe – lo diceva de Lubac – un’astrazione, un’idea senza corpo; separata dalla Chiesa universale, dalla comunione delle Chiese, una Chiesa particolare sarebbe una setta, o se preferite, un tralcio reciso, un fiore colto. Quanto può durare?

Nel rapporto tra Chiesa universale e Chiese particolari sta il principio di fecondità della Chiesa. Perché insisto su questa visione di Chiesa? Perché questa «mutua interiorità», come avete intuito, sta al fondamento di tutto il processo sinodale: dalle Chiese particolari alla Chiesa universale, con la fase della consultazione e del discernimento; dalla Chiesa universale alle Chiese particolari, con la restituzione dei risultati di un discernimento che avrà coinvolto tutta la Chiesa e tutti nella Chiesa.

E perché per me è un dono e un’opportunità essere qui? Perché finora la Segreteria generale del Sinodo non aveva rapporto diretto e immediato con le Chiese. Doveva curarsi dell’organizzazione dell’evento sinodale, senza che ci fosse uno scambio di dare e di avere che dovrebbe sempre animare e regolare le dinamiche ecclesiali. Nell’archivio della Segreteria del Sinodo non c’è traccia dei tanti sinodi celebrati ai diversi livelli della Chiesa. Come se le due cose corressero parallelamente, e non si incontrassero mai. Ho perciò sentito il desiderio di avviare questa «mutua interiorità» per qualificare il servizio della Segreteria del Sinodo dei Vescovi. Ho già scritto a tutti i vescovi, stiamo come Segreteria generale parlando con i presidenti delle Conferenze episcopali; c’è molto interesse intorno al cammino sinodale e molti vescovi sono venuti a trovarmi.

Ma il dono mi è venuto dal vostro vescovo, che non è venuto a informarsi, ma a portarmi i risultati del vostro Sinodo diocesano, raccontandomi la bellezza del vostro cammino di Chiesa. Oggi vedo questa chiesa di San Domenico, con il crocifisso del Cimabue, sotto il quale si sono svolti i vostri lavori sinodali. È la prima Chiesa che incontro come Segretario generale del Sinodo. E in questo incontro riesco a immaginare come il dono di un incontro, come un piccolo seme fecondo, possa far crescere una Chiesa sinodale, e dentro questa una Segreteria del Sinodo a servizio di una Chiesa tutta sinodale.

Al vostro vescovo grazie dell’invito. A voi tutti grazie dell’ascolto! Davvero il Signore faccia crescere in noi questa disposizione. Perché una Chiesa sinodale non si fonda tanto sul diritto di parlare, ma sul dovere dell’ascolto. Se sapremo ascoltare lo Spirito ascoltandoci tra noi, sapremo anche parlare, dicendo ciò che lo Spirito ci suggerisce e sapremo crescere in quel consenso nella fede che è garanzia del “camminare insieme”.

Dio benedica il vostro cammino!